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Il prof. Umberto Eco
presenta
Leonardo Cendamo
Una volta mi ero messo a sfogliare un libro di ritratti di scrittori e avevo iniziato a fare alcune riflessioni molto scettiche. Il mio scetticismo deriva da una posizione critica e teorica che ho sostenuto in molte sedi, e cioè che per capire, apprezzare, amare uno scrittore, bastano le sue pagine: la biografia di Proust è irrilevante rispetto a quanto ci dice la Recherche, e lo stesso vale anche per i ritratti che di Proust conosciamo. Cambierebbe il fascino della sua opera se egli avesse avuto il viso di Verlaine?
La storia della fotografia ci ha consegnato alcuni ritratti sublimi. Ma se il fotografo, invece di ritrarre il signor X, di cui pare restituirci l'anima stessa, con pari passione avesse ritratto il suo vicino di casa, l'impressione sarebbe la stessa. Il più delle volte ci rivela l'anima di qualcuno su cui avevamo già delle idee. Tutti i ritratti di Einstein, salvo quello in cui mostra la lingua (ma è interessante per chi sa chi fosse, e se la lingua la mostra il matto del villaggio la cosa perde interesse) sono quelli di un professore di provincia, coi capelli troppo lunghi per la sua età, e forse incline al bere. Togliete a Einstein la relatività e lasciategli i ritratti: comprereste un auto usata da quest'uomo? Il ritratto di Caio Mario, frequentato sui libri scolastici, con quelle escrescenze quasi cancerogene sull'arco sopraccigliare, ci dice perché egli fosse meno grande dello slavato Augusto?
Ci sono dei ritratti "veri", ma per capire quanto superbamente mentano bisogna avere incontrato il soggetto reale. Sino a che conoscevo Strawìnsky solo attraverso il ritratto di Picasso me lo immaginavo un gigante. Una volta, in una calle di Venezia, me lo hanno presentato e io, che certamente ancora lo considero un gigante della musica contemporanea, davanti a quell'ometto di statura modesta ho capito quanto fosse grande Pìcasso, che aveva ritratto non l'uomo ma il suo genio.
In alcuni suoi libri, pubblicati da Einaudi, Gillo Dorfles appare in un ritratto bellissimo, mezzo buio e mezzo in luce, con un profilo tagliente e aristocratico. Aggiunge qualcosa questo ritratto ai suoi meriti di studioso? Poco. Potrebbe essere il ritratto di Aristotele che medita sulle essenze, di Fouquet che sta tramando di mettere una maschera di ferro al fratello di Luigi XIV, di un colonnello di Radetsky in un romanzo di Joseph Roth.
Un'altra volta voltando le pagine di un catalogo antiquario che vendeva a caro prezzo ritratti fotografici di grandi personaggi, tranne un momento di emozione davanti al volto di Sarah Bernhardt (certamente per quella donna avrei fatto follie), rilevavo che Pierre Loti, in divisa, poteva essere il direttore di un panificio militare, Thomas Mann l'amministratore delegato di una import-export di Amburgo, Mucha, celebre per le sue silhouette Liberty, un professore di greco, Pasteur un cassiere di banca, Trotsky il direttore generale del catasto di San Pietroburgo, Francis Jammes un padre cappuccino, Debussy un assicuratore. L'unico ritratto "vero" era quello di Shirley Temple all'età di sette anni, che assomigliava proprio ai ritratti di Shirley Temple all'età di sette anni.
Detto questo non avrei dovuto scrivere una prefazione a una raccolta di ritratti come questa di Leonardo Cendamo, anche se ha avuto la cortesia di pormi nel suo Parnaso, e insieme al carissimo Moravia. Ma lo faccio con piacere, e per due ragioni. La prima è che questi ritratti sono belli, e tali sarebbero anche se non sapessimo chi è l'autore e che cosa ha scritto. Noi non sappiamo chi fosse davvero la Gioconda, ma sono secoli che rimaniamo affascinati dal suo sorriso. E dunque si potrebbe sfogliare questa raccolta come una galleria di tipi umani, colti sempre in un momento che ha permesso al fotografo di rivelare qualcosa. Che cosa? Potremmo spendere molto tempo su questi volti per indovinare che cosa ci raccontano, e sarebbe come aver letto delle storie anche se sono storie scritte da Cendamo e non da quegli autori.
Questi ritratti sono belli perché Cendamo non è un fotografo che, facendo altro fotografa anche scrittori. Cendamo è una figura ormai familiare a chi frequenti convegni, mostre e fiere del libro, dibattiti letterari. Cendamo ama gli autori del cui volto cerca di impossessarsi e sono pronto a scommettere che dopo i tanti incontri a cui ha partecipato, con l'aria di seguire bene quello che avveniva ha forse maggiore competenza e sensibilità letteraria di tanti critici e studiosi. Quindi questo suo viaggio attraverso dei volti è anche un viaggio attraverso pagine che lui aveva certamente presenti mentre cercava di inquadrare con la sua sensibilità di buon lettore il volto di un autore.
Ma, se questo è vero, ecco la seconda ragione per cui amo questi ritratti. E' che, se nello scrivere criticamente di un libro bisogna scoprire l'autore rivelato dalle sue pagine e non quello riscoperto o inventato dai biografi (e in questo rimango fedele alle posizioni teoriche di cui dicevo), quando anche lo studioso e il critico diventano lettori non possono evitare di dare un volto a colui o colei che stanno avvicinando in forma di parole. Ed ecco che mi accade, vedendo i ritratti di Cendamo e ritrovando persone famose e mai incontrate, o cari amici magari scomparsi, di dire "è proprio lui, o lei, quello che ha scritto i libri che ho amato (o magari odiato)". Naturalmente, non è che chi vedesse questi ritratti senza conoscere l'opera saprebbe dedurre l'opera dai ritratti:; ma avviene il contrario: chi conosce l'opera scopre che Cendamo in qualche modo ha sempre colto la vena segreta, l'ossessione, la felicità, l'ironia o il dolore dei suoi autori.
E' vero che, a essere realisti, e prendendo quasi a caso il ritratto di Ceronetti, chi non conosce la sua opera potrebbe ritenerlo, che so, anche l'autore di Pinocchio e forse non sbaglierebbe del tutto, visto che Ceronetti manovra ammirabilmente burattini. Ma chi ne conosce l'opera ne ritrova un qualche sapore in quel volto. Certamente - ci si dice - quel signore avrebbe potuto scrivere Pinocchio ma non Cuore. E non vale dire che forse De Amicis poteva avere i tratti di Ceronetti (ma non è vero): è che noi ci convinciamo che Ceronetti può avere scritto solo quello che ha scritto Ceronetti. Di questo ci convince Cendamo.
Ecco perché di fronte a queste fotografia le mie riserve di un tempo si sono sciolte. Ripeterò ostinatamente, fedele ai miei principi, che queste foto non sono un contributo allo studio della letteratura, ma ammetterò, con qualche emozione, che sono un contributo alle mie fantasie di lettore e che in qualche senso misterioso rendono più ricco il mio rapporto con tante pagine che ho amato.
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